Affari regolatori e gestione del personale

Abbiamo intervistato Sante Di Renzo, titolare di una società di consulenza – Affari Regolatori - Di Renzo Regulatory Affairs – rinomata a livello internazionale, che fornisce appunto consulenze ad aziende che operano nel settore dei medicinali, biocidi, dispositivi medici, cosmetici e integratori alimentari; oltre che nel campo della farmacovigilanza, cosmetovigilanza, vigilanza sui dispositivi medici, informazione scientifica, tracciabilità dei farmaci e altro ancora.
 La Di Renzo Regulatory Affairs ha fatto della preparazione e dell’efficienza del personale uno dei suoi cavalli di battaglia. Abbiamo quindi chiesto a Sante Di Renzo quali sono i parametri che condizionano le sue scelte nell’ambito delle risorse umane.

Ho avuto modo di leggere alcune sue precedenti interviste e sono rimasta favorevolmente sorpresa dall’importanza che lei assegna alla scelta del personale.

E’ vero. Sono le persone che fanno un’azienda. Le loro capacità, la dedizione, l’intuito, l’intelligenza, la loro cultura, sono tutti elementi necessari per lo sviluppo di un’attività imprenditoriale. E’ quindi di estrema importanza saper scegliere il personale giusto.

Credo che l’obiettivo di ciascun imprenditore sia quello di disporre del miglior personale possibile, strappandolo alla concorrenza. Non è forse così?

Proprio così e scovare le persone giuste, prima degli altri, non è impresa semplice. Chiunque sia alla ricerca di personale vuole sempre disporre delle migliori risorse umane possibili. Bisogna tener conto, in primo luogo, della domanda di colui che sta cercando nuovi collaboratori. Conviene forse contestualizzare il nostro ragionamento. La mia società svolge consulenza internazionale per quelle aziende che intendono immettere in commercio medicinali, integratori alimentati, biocidi, dispositivi medici, cosmetici e altro. Noi quindi predisponiamo dossier, verifichiamo la correttezza dei documenti che ci vengono forniti dalle aziende stesse e ci attiviamo con le autorità sanitarie, italiane ed estere, per ottenere le relative autorizzazioni.

Quindi avete bisogno di personale tecnico, che conosca bene le lingue?

Esattamente. Nel nostro gruppo ci sono chimici, ingegneri, medici, farmacisti e siamo tutti in grado di parlare l’inglese, oltre alle persone di madrelingua francese, spagnola, tedesca e persino cinese che completano il nostro organico. Per struttura e per numero di collaboratori, la nostra può essere considerata una media industria. Conosco quindi tutte le persone che ne fanno parte, parlo e scherzo con loro quando capita, sono severo quando serve, ma anche molto esigente: ciascuno deve mettere del proprio per mantenere e sviluppare la nostra attività.

Come ha scelto il personale che fa parte della sua organizzazione e come sceglierà i futuri collaboratori? Quali criteri utilizza?

Eccoci arrivati a quello che ritengo il vero nucleo dell’intervista. Parlo quindi della mia situazione imprenditoriale, della mia esperienza specifica. Considero una struttura lavorativa come un corpo unico, un’entità viva, che si auto-alimenta, che cresce, gioisce e in alcuni casi soffre. Non quindi come una somma di persone che vengono poste una accanto all’altra in base alle sole competenze specifiche, acquisite tramite gli studi universitari o grazie a esperienze pregresse. Nella scelta del nuovo personale occorre quindi tener conto della struttura preesistente ed evitare che il nuovo assunto venga respinto. Deve essere subito accettato e inglobato nel gruppo.

Detto così sembra quasi una formula.

L’imprenditore che io ho in mente è una persona che persegue un obiettivo, che non è necessariamente economico. Sta dando vita a una creatura, l’azienda, che sprigiona dal suo intimo; vuole in qualche modo oggettivare alcune ragioni della propria esistenza. Tra queste, certamente, anche la vanità, l’orgoglio, il riscatto da situazioni passate, la voglia di dire che è riuscito a dare un senso alla propria vita. Se quindi partiamo da questa sorta di approssimazione, potrà capire cosa vuol dite “prendere” un’altra persona. È una sorta di simbiosi tra l’organismo-imprenditore e l’organismo-gruppo. Se la persona che subentra va bene al primo, dovrebbe andar bene anche al secondo elemento del binomio. E per quanto mi riguarda questo è quasi sempre accaduto.

Una personalizzazione del gruppo?

Non direi. Anzi, è un rischio da evitare. Il gruppo deve essere un organismo a sé stante, distinto e diverso da ciascun membro che ne fa parte. È la somma delle parti, ma è diverso da ciascuno dei suoi componenti. E’ un organismo dinamico, un processo in continua crescita e rimodulazione. Un organismo, al quale naturalmente partecipo anche io, con le sue regole di cui tener conto; regole che si modificano continuamente, in base agli stimoli interni ed esterni. Il gruppo, quindi, non è strutturato ad immagine dei suoi componenti, ma di sicuro contiene elementi che originano dalla personalità di chi lo alimenta. Le assunzioni, i corsi di formazione, i seminari, poi, forniscono stimoli culturali continui. Ma ciò che è essenziale è che sussista un clima di fiducia, con la possibilità di rendere ciascuno autonomo nella propria attività.

Non si è mai rivolto a strutture che selezionano il personale?

Considerando quanto detto sopra, non ho mai pensato di farlo e non ritengo che siano adatte allo scopo. Con quale criterio, qualcuno che è estraneo alla nostra azienda potrebbe scegliere il personale adatto? Se è solo per le competenze, come ho detto, non mi basta.

Non le è mai capitato che una persona da lei scelta si sia poi rivelata inadatta nel rapporto con gli altri componenti del gruppo?

Certo. Tutto dipende dall’abbinamento sul campo: bisogna capire dove e come sistemare il nuovo entrato, a chi affiancarlo. Occorre insomma avere qualche nozione di psicologia e anche di sociologia.

Non ha mai pensato che in questo modo potrebbe limitare la creatività e il modo di esprimersi del suo gruppo, rendendolo troppo omogeneo? In fondo anche le diversità sono importanti, per lo sviluppo di un organismo come lei lo intende.

Proprio una bella domanda, che tratta un argomento che mi è molto caro e sul quale rifletto spesso. C’è questo rischio, in effetti, ed io ho sempre cercato di evitarlo, scegliendo tra i collaboratori persone con lauree e percorsi culturali non strettamente attinenti al nostro lavoro, in modo da rendere più variegato il panorama interno. E devo dire che i risultati si sono visti: non solo si manifestano espressioni culturali insolite e inattese, all’interno del gruppo, ma si osserva anche un’attenzione particolare, quasi una curiosità, nei confronti della persona nuova che entra a far parte del gruppo. Il che smorza la naturale diffidenza del gruppo verso tutto ciò che gli è estraneo. E questo a tutto vantaggio di ciascun componente, oltre che del gruppo nella sua interezza.

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